Archivio per Aprile 2008

Socrate al cinema

Aprile 1, 2008

Ogni tanto bisogna andare dal medico. Non tanto per farsi necessariamente curare da qualcosa, quanto piuttosto per poter beneficiare delle riviste consunte della sala d’attesa. Si tratta, di solito, di settimanali vecchi di almeno un anno, e proprio per questo, assolutamente impedibili. Sono una macchina del tempo, un replay del nostro tempo recente, che ci consente di scovare qualcosa di sostanziale che ci era sfuggito nel flusso continuo ed indefinito dell’ informazione.

Ieri mi sono imbattuto in un numero di Panorama vecchio di un paio di anni. Meraviglioso: portava in copertina la storia di uno scienziato che aveva formulato la teoria del parassitismo del genere umano. Provando a volgarizzare, la sua tesi era la seguente: gli uomini sono parassiti di un organismo più complesso quale è la terra. Vivono a suo danno, ma la fine ineluttabile di ogni rapporto parassitario  è il deperimento dell’ organismo ospitante con la conseguenza che il parassita deve andare in cerca di un altro organismo da sfruttare. Ammesso che lo trovi.

Un’analisi impietosa del disastro ambientale provocato dall’ uomo, che trova un’implicita conferma della sua fondatezza nel fatto che, da un po’ di tempo, si parla di colonizzazione di altri pianeti. Insomma, svuotato il primo, andiamo in cerca di altri (che si tratti di animali a cui succhiare il sangue o di pianeta cambia poco).

Una cosa che non diceva l’ articolo, ma che appare evidente, è che il rapporto parassitario necessita di un altro. Non si può essere parassiti di se stessi.  Per instaurare il proprio rapporto di sfruttamento a danno della terra l’ uomo deve sentirsi  altro da essa. Noi – ormai da troppo tempo – non siamo più parte del nostro pianeta, ma altro, tanto che fantastichiamo su altri mondi ed altre vite (trascendenti e non extraterrestri – ma forse è lo stesso -), per giunta senza che la cosa venga presa, nel comune buonsenso, come evidente manifestazione di alienazione e di follia.

Ci siamo spogliati del nostro essere tutt’uno con il nostro pianeta, inseguendo il sogno infantile dell’ individualismo.

Ricordate Socrate? Si quello del “Conosci te stesso”, messo a morte dalla sua Atene perché reo di aver introdotto nuove divinità. La divinità dell’ individuo in una società dove uno e tutto erano la stressa cosa. Una divinità ovviamente ritenuta pericolosa e colpevole per la polis. Una divinità, come detto, infantile.

E’ l’infante che ha bisogno di conoscere se stesso e, crescendo, di farsi un nome. Ma giunti all’ età matura è necessario spogliarsi lentamente del proprio nome e dell’ io che lo che lo sottende. Dice bene Gaber: la parola io è l’ immagine struggente del Narciso, di colui che specchiando la propria immagine sull’ acqua non conosce il mondo, non è parte, ed è condannato al suo ineluttabile destino mortale.

Sinceramente, non salva dal suo errore Narciso nemmeno l’idea di una sopravvivenza trascendente, sia essa nel regno dei cieli o su questa terra dopo il giudizio universale. Trattasi ancora di narcisismo, magari sofisticato, ma sempre e solo di narcisismo. Nella promessa del regno ultraterreno o delle anime che ritroveranno i propri corpi non c’è altro che l’arguzia logica per salvare l’ individualità, l’ io.

Personalmente, dopo la mia morte, non voglio vite altrove, né riconquistare il mio corpo per l’ eternità. Voglio dissolvermi, voglio che la mia individualità scompaia, che il mio io si mostri per quello che è: un precario ed infantile stratagemma per iniziare a conoscere il mondo. Una volta svelato, nella sua interezza il mondo è tutto e non prende in considerazione gli individui, non li contempla. Sono istanti necessari e sfuggenti del suo divenire.

Socrate – se all’ epoca della polis fosse esistito il cinema – avrebbe preso doppia razione di cicuta: anche per aver scambiato il fotogramma per il film.